Pasqua
- clciit54
- 1 giorno fa
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Se dovessimo guardare solo a questa vita, fratelli e sorelle, dovremmo pensare che la morte trionfa. Crescendo, ce ne rendiamo conto quando muore il nostro primo animale domestico. Più passa il tempo, più mi accorgo di quanti hanno fatto il loro primo incontro con la morte nella morte di un genitore, di un fratello, o di un amico. Prima ci strappa i nostri cari, poi torna per strappare noi. La morte non conosce amicizie, amori o misericordia. La morte sembra far solo una cosa: trionfa, su tutto e tutti.
È curioso però che il Nuovo Testamento usi la parola “trionfare” solo due volte, e in nessuna delle due si applica alla morte. La seconda di queste volte è in Colossesi 2, dove San Paolo scrive: “Dio HA SPOGLIATO LE POTENZE E LE AUTORITÀ, E NE HA FATTO UN PUBBLICO SPETTACOLO, TRIONFANDO SU DI ESSE PER MEZZO DELLA CROCE” (Col. 2:14-15). E qui vi chiedo di avere un attimo di pazienza se mi soffermo su questa parola, “trionfare”, perché per Paolo aveva un significato specifico. Noi pensiamo al “trionfo” come a una grande vittoria, ma per l’impero romano il triumphus era la processione che il generale vincitore dopo una battaglia faceva rientrando in città.
Permettetemi di farvi un esempio. Nel 71 a.C., il generale romano Pompeo ritornò a Roma vincente dopo una spedizione militare in Turchia, e celebrò appunto il suo trionfo. Secondo lo storico Plutarco, questo durò per due giorni, e avrebbe potuto durare anche di più. La processione iniziava con delle iscrizioni che registravano tutte le nazioni sconfitte, i bottini e le città fondate. Assieme venivano poi fatti sfilare i prigionieri più importanti, che nel caso di Pompeo erano i capi dei pirati che aveva catturato, poi famiglie reali, ostaggi, ecc. Poi altre iscrizioni registravano le ricchezze ottenute con la vittoria, un equivalente di miliardi di Euro moderni. Persino i soldati ne ricevevano una parte, a partire da un minimo di circa quattro o cinque anni di stipendio. Poi sfilavano in processione trofei di battaglia. Accompagnavano anche canti agli dèi, canti al generale, mentre i cittadini venivano in strada ad accogliere con gioia l’esercito che tornava vincitore.
Spero che questo siparietto storico non vi abbia annoiato. Ve l’ho citato per un motivo: San Paolo prende questo concetto di “trionfo”, questa sfilata gloriosa di vittoria, e lo applica… alla croce di Cristo. Per gli ebrei, la morte sull’albero era segno di maledizione (Deuteronomio 21). Per i romani, era prova che neanche Gesù di Nazareth poteva sconfiggere lo strapotere dell’impero (si pensi a Spartaco…). Per noi, è stato il suo strumento di trionfo: CRISTO CROCEFISSO, SCANDALO PER I GIUDEI, STOLTEZZA PER I PAGANI, MA PER noi POTENZA DI DIO E SAPIENZA DI DIO (1 Cor. 1:23-24).
Come può Dio prendere forma umana per farsi uccidere da criminale? Fosse nato in un palazzo reale, avesse vinto molte battaglie, forse non avrebbe tanto scandalizzato i giudei e fatto ridere i pagani. Ma perché farsi inchiodare al legno della maledizione, e farsi umiliare fino alla morte? Perché è solo lì che poteva trovare noi, cari fratelli e sorelle. Le religioni del mondo sono convinte che l’uomo possa arrivare a Dio coi suoi sforzi. Nell’induismo e nel buddismo addirittura si parla di persone “illuminate”, persone che già sono arrivate a Dio, o addirittura si sono unite a lui (come i “guru” indiani). Noi sappiamo invece che l’umanità intera è imprigionata nella latrina del peccato, e l’unico modo di tirarcene fuori era che Dio stesso scendesse a prenderci.
E allora Dio Figlio questo ha fatto, mostrandoci un amore indescrivibile: PRESE LA FORMA DI SERVO … UMILIÒ SE STESSO, UBBIDIENTE FINO ALLA MORTE, E ALLA MORTE DI CROCE (Fil. 2:7-8). Noi: colpevoli, moribondi, abbandonati giustamente da Dio. E Lui si fece nostro compagno. Sebbene non avesse commesso peccato, si lasciò trattare dagli uomini come un peccatore. Sebbene fosse la Vita, accettò di morire. Sebbene fosse il Figlio diletto, dalla croce gridò: “DIO MIO! DIO MIO! PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?” (Matt. 27:46) Dio vide l’umanità nella sua miseria… e decise di unirsi a lei.
Ma questa unione cambiò tutto. Vedete, fratelli e sorelle, l’umanità da sola non ha diritto a fare alcuna richiesta a Dio. (Anche da cristiani, l’unica ragione per cui il Padre ci ascolta è Cristo.) Ma nel momento in cui la voce del Figlio perfetto suonò in mezzo alla folla umana, le cose cambiarono del tutto. Noi siamo peccatori perfidi, disertori del nostro Creatore… ma Cristo no! Perciò quando Cristo supplicò il Padre: “IN MANO TUA RACCOMANDO IL MIO SPIRITO” (Luca 23:46), Dio ascoltò subito. Gesù era l’unico che poteva fare questo reclamo davanti a Dio, perché era l’unico che davvero non aveva meritato questo supplizio. Dio è il giusto Giudice per eccellenza: non poteva lasciare che la condanna ingiusta di Cristo restasse senza risposta. E perciò, la mattina presto della Domenica, ribaltò il verdetto umano. Gesù fu rivendicato, uscendo dalla tomba.
Cristo è risorto! (È veramente risorto! Alleluia!)
Però vedete, fratelli e sorelle, abbiamo detto che Dio Figlio si è unito all’umanità. Naturalmente con l’Incarnazione, ma tanto più ora che era sceso persino nel regno della morte: non c’è abisso più lontano da Dio. Perciò, nella Resurrezione, anche noi, che siamo uniti a Cristo nel battesimo, siamo risorti! Lui era l’unico che potesse fare una richiesta del genere al Padre, chiedere di essere strappato dalla morte: ma, uscendo dalla tomba, ci ha “trascinati” con Sé! E la morte? Non poteva fare nulla: aveva ucciso l’Innocente, e perciò ora doveva lasciar andare i colpevoli.
Vi ho detto che la parola “trionfare” compare due volte nel Nuovo Testamento. Un caso l’abbiamo già visto. Il secondo viene sempre da San Paolo: “SIANO SEMPRE GRAZIE A DIO, CHE CI FA TRIONFARE IN CRISTO” (2 Cor. 2:14).
Cristo è risorto! (È veramente risorto! Alleluia!)
Ed è risorto perché era l’unico che non meritava la morte. Mi vengono in mente le parole del Salmo 18: “I nemici MI AVEVANO AGGREDITO NEL GIORNO DELLA MIA ROVINA, MA JAHVÉ È STATO IL MIO SOSTEGNO, ME NE HA TIRATO FUORI, MI HA TRATTO AL LARGO, MI HA LIBERATO, PERCHÉ MI AMA. JAHVÉ MI HA RICOMPENSATO DELLA MIA GIUSTIZIA, MI HA PREMIATO DELLA PUREZZA DELLE MIE MANI … IO SONO STATO IRREPRENSIBILE CON LUI, MI SONO GUARDATO DAL PECCATO, E JAHVÉ MI HA PREMIATO DELLA MIA GIUSTIZIA, DELLA PUREZZA DELLE MIE MANI AI SUOI OCCHI” (18:18-20, 23-24).
Questo è il canto che Cristo poté cantare, la Domenica di Pasqua. Ma come Lui aveva partecipato della nostra miseria, noi ora partecipiamo della sua vittoria. La vittoria di chi ha assolutamente, indubbiamente, fermamente ragione. Noi non avevamo ragione, non avevamo ragione contro la morte, ma Cristo sì, e ora che siamo uniti a Cristo, anche noi possiamo guardare alla morte in faccia e dirle: “Tu non hai più ragione! Tu non trionfi davvero!”
Ci sono così tante metafore che potremmo usare per descrivere questa vittoria. SIANO SEMPRE GRAZIE A DIO, CHE CI FA TRIONFARE IN CRISTO! In un trionfo che il mondo non vede e non comprende, il nostro Generale, Gesù Cristo, sfila vincitore, trascinandosi dietro le spoglie dei nemici sconfitti. E noi, che non avevamo combattuto, rientriamo come soldati. Noi, che ci eravamo alleati con il nemico, rientriamo come cittadini trionfanti, perché il nostro Condottiero ha voluto farci partecipi della sua vittoria.
Fratelli e sorelle, coraggio! Il mondo, la morte e il peccato non potranno averla vinta su di voi. La morte può addormentarci, ma non ucciderci. Il dolore può ferirci, ma non tramortirci. Il peccato può infastidirci, ma non ha più l’ultima parola. E presto, ben presto, quel trionfo di Cristo, che adesso è nostro in fede, si manifesterà nei nostri corpi. E in quel giorno, molto presto, sapremo cosa vuol dire davvero essere umani: giusti, perfetti, immortali, splendenti come astri luminosi. Perché Cristo già è tutte queste cose, e ci trasformerà a sua immagine.
Cristo è risorto! (È veramente risorto! Alleluia!)
