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Esodo 16,2-21

  • Immagine del redattore: clciit54
    clciit54
  • 25 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

“MAGARI FOSSIMO MORTI PER MANO DI JAHVÉ IN TERRA D’EGITTO, QUANDO SEDEVAMO DAVANTI A PENTOLE PIENE DI CARNE, E MANGIAVAMO A SAZIETÀ…” Colpisce questa lamentela del popolo d’Israele, anzitutto perché fu il popolo stesso a gridare aiuto a Jahvé. Esodo 2,23 ci dice che gli israeliti GRIDARONO, E IL GRIDO DELLA LORO SCHIAVITÙ SALÌ FINO A DIO. Loro stesso volevano uscire dalla schiavitù egiziana, loro stessi avevano implorato aiuto, e adesso che Dio li aveva liberati e li stava portando alla terra promessa, si lamentano che vogliono tornare in Egitto, vogliono tornare a cuocere mattoni sotto i cinquanta gradi del clima arido e deserto – almeno mangiavano!


La storia del vagabondare d’Israele nel deserto (quei quaranta anni raccontati in quattro dei cinque libri della Torà) è un continuo vai-e-vieni di questo tipo. Il popolo si stanca di qualcosa, e vuole ritornare in Egitto o seguire il suo esempio. Quando Mosè sale sul Sinai, il popolo si stanca e vuole un dio come quegli egizi. E anche adesso, che le provviste scarseggiano, si lamentano, si immaginano di nuovo schiavi, di nuovo sotto la rabbia del faraone, di nuovo con i primogeniti gettati nel Nilo e gli adulti picchiati da fruste e bastoni. 


Purtroppo, noi stessi dobbiamo confessare di partecipare allo stesso spettacolo. Fin troppo spesso, ci “stanchiamo” di essere cristiani: di dover portare la nostra croce, di dover porgere l’altra guancia, di dover rispettare i comandamenti di Dio mentre il resto del mondo si prende gioco di noi. Anche noi siamo nel nostro deserto, spirituale più che fisico, e anche noi ci stanchiamo. Anche noi, come gli israeliti, siamo tentati dal pensare che, in fondo, l’Egitto del peccato non era così male. Certo, eravamo schiavi, ma almeno la fatica era più tollerabile. E così il mondo, il diavolo e la carne cercano di trascinarci di nuovo sotto il pugno del faraone per anestetizzare il dolore. 


A volte è più evidente di altre: in molti, cristiani e non, cercano rifugio nell’alcool o nella pornografia, giusto per sentire un po’ meno dolore per quel breve tempo. Altre volte è più sottile, ma non meno letale: c’è chi accumula odio e rabbia nel cuore, e poi li sfoga come un vulcano, devastando tutti attorno, per sentire meno il dolore. In questo, ci aiutano molto i social media, che ci ipnotizzano in una rete di opinioni e opinionisti che ci dicono chi odiare, chi ostracizzare, su chi puntare il dito… Tutti noi facciamo i conti con il fatto che, a breve termine, sottometterci alle forze del peccato significa sentire meno il dolore.


Ovviamente, a lungo termine, la situazione è molto diversa. Non è che il faraone avrebbe accolto Israele a braccia aperte: li avrebbe messi in catene più dure, li avrebbe puniti per le piaghe, e forse li avrebbe pure uccisi. Se guardiamo agli effetti a lungo termine del peccato, vediamo che non hanno nulla di buono da offrire: logorano le relazioni, consumano la nostra autostima (che ci serve, in una dose sana, per vivere una vita onesta!), ci riempiono di ansia e vergogna… E, se ci ostiniamo, se non ci pentiamo, se non ci rendiamo conto della follia di tutto ciò, Dio risponde in uno di due modi. Quello migliore è quando ci mette davanti muri e muri, affinché, sbattendo la testa, possiamo rientrare in noi stessi e renderci conto della nostra follia, e pentirci. Quello peggiore è quando invece ci dà quel che chiediamo: se ci ostiniamo abbastanza, se rigettiamo Dio abbastanza volte, può arrivare un punto in cui Lui stesso ci dà proprio quel che chiediamo, e ci lascia al nostro peccato, alla nostra cecità, al nostro Egitto, come d’altronde fece con il faraone.


Fratelli e sorelle, questo è il più grande pericolo in agguato, in questa valle di lagrime che chiamiamo vita. TUTTI COLORO CHE VOGLIONO CONDURRE UNA VITA SANTA IN CRISTO GESÙ SARANNO PERSEGUITATI, dice San Paolo (2 Timoteo 3,12), quindi la questione non è se soffriremo, ma che soffriremo! E in mezzo a questo dolore, è davvero facile cedere all’anestesia che la carne ci offre, perché (l’abbiamo già detto qualche settimana fa) non c’è nulla di attraente nel dolore. L’ho già menzionato in passato, ma permettetemi di ripeterlo: noi ricordiamo gli apostoli e martiri con affreschi, canti, inni, ma la realtà è che la maggior parte dei martiri cristiani non hanno avuto un martirio illustre, con visioni, voci dal cielo e angeli. La maggior parte dei martiri cristiani è morta con un colpo solo, poi è stata buttata in una fossa comune e dimenticata dal mondo. 


Questa, cari fratelli e sorelle, è la sofferenza che aspetta noi cristiani: non quella eroica, non quella di qualche combattente celebrato in libri e film, ma quella di una vittima anonima, un numero, dimenticato dalla storia (anche se non da Dio). Fa meno “effetto” così, eh? E, in questo dolore, il peccato ci offre una soluzione tanto facile quanto fatale. È facile abbandonarci alla rabbia, alla lussuria, all’odio… finché non vengono poi a chiederci di pagare il conto. È facile mangiare PANE A SAZIETÀ, finché non viene il carceriere e ci ricorda che siamo in prigione.


Però vorrei che prestassimo attenzione alla risposta che Jahvé dà alla lamentela del popolo. Non la giustifica, e anzi in altre circostanze sarà anche molto più duro con le loro lamentele. È una lamentela sciocca, di un popolo sciocco (come noi), che non si ricorda com’è la schiavitù. Però risponde: HO UDITO LE LAMENTELE DEI FIGLI D’ISRAELE. DI’ LORO: “STASERA MANGERETE CARNE, DOMATTINA VI SAZIERETE DI PANE, E SAPRETE CHE IO SONO JAHVÉ, IL VOSTRO DIO”. Anche davanti alla più grande stupidità dei peccatori, Jahvé non si dimentica della sua compassione. I Salmi ci insegnano che COME UN PADRE TENERO CON I SUOI FIGLIOLI, JAHVÉ È TENERO CON CHI LO TEME, PERCHÉ SA DI COSA SIAMO FATTI, SI RICORDA CHE SIAMO SOLO POLVERE (Salmo 103,13-14). Jahvé ha più compassione di noi di quanta noi ne abbiamo per noi stessi. Noi vorremmo rimetterci sotto la schiavitù, Jahvé vuole guidarcene fuori, portandoci per mano. Ed Egli non è affatto all’oscuro di quanto sia difficile attraversare questo deserto – Lui stesso l’ha attraversato in Cristo!


Dio non dà scuse alle nostre lamentele, riconosce che sono un’idiozia. Ma come un padre è paziente con le lamentele di un bambino piccolo (che spesso non sono ragionevoli), così Dio è paziente con le nostre. Non dà scuse alle nostre lamentele, ma ci fa scendere il pane dal cielo. Non dà scuse al nostro peccato, ma lo perdona ogni volta che veniamo a deporlo ai suoi piedi. Sa che questo è un deserto difficile, e ci dà le armi per affrontarlo: ci dà lo Spirito Santo, la Parola e i Sacramenti, la Chiesa e la compagnia dei fratelli e delle sorelle. Tutto ciò non fa sparire il deserto, ma ci dà la forza di attraversarlo fino ad arrivare a Canaan.


Siamo nel deserto, fratelli e sorelle, ma il nostro Dio cammina davanti a noi. In tempi passati era in una colonna di fuoco e nubi; adesso è una persona, un uomo, Gesù Cristo. Siamo un popolo in cammino nel deserto, ma abbiamo un Mosè migliore di quello antico, un Mosè divino, un Mosè pronto a darci il pane del cielo ogni volta che Glielo chiediamo, un Mosè pronto a perdonarci ogni volta che Lo supplichiamo, anche se dovessimo peccare settanta volte sette ogni giorno, perché SA DI COSA SIAMO FATTI, SI RICORDA CHE SIAMO SOLO POLVERE. Stiamo in guardia dalle seduzioni del peccato, che cerca di proporci un’anestesia contro il dolore di questa vita. Ma teniamo gli occhi fissi su Gesù: da Lui viene e verrà ogni forza, ogni aiuto, ogni sostegno, contro il dolore, contro le tentazioni, contro le nostre colpe. Teniamo lo sguardo fisso sul nostro Mosè, che ci va innanzi, e non mancheremo mai di soccorso. Amen.

 
 

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