Io sono il Buon Pastore
- clciit54
- 27 apr
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Congregazione “Christus Victor”, Roma – 18 Aprile 2026 – Messa della Visita EpiscopaleVescovo Juhana Pohjola
Misericordia Domini – Giovanni 10,11–16
“Io sono il Buon Pastore”.
Anche se nessuno di noi qui ha pecore a casa, e non conosce personalmente alcun pastore, comprendiamo comunque l’immagine usata da Gesù. Gesù è il mio pastore. Ditemi un po’: cosa vogliono dire queste parole per voi, quando temete di andare all’ospedale per un esame medico? O quando vi preoccupate se i soldi che avete vi basteranno? O quando vi fate carico di nuove responsabilità esigenti? O quando siete al funerale di un vostro caro, circondati da gente in lutto? Sapere che Gesù è il mio Buon Pastore parla alla parte più intima del nostro essere in un modo profondo.
Eppure, in questo testo, troviamo sullo sfondo due immagini molto diverse del pastore. La prima è l’immagine nota agli uditori originali di Gesù. A quel tempo, il termine “pastore” aveva vari significati. Era usato per i governanti, come Re Davide, per capi di nazioni, come il faraone d’Egitto. Ma il pastore era anche una professione umile e di poco riguardo. I pastori erano considerati ritualmente impuri e disonesti. Perciò, quando Gesù si definisce un pastore, si colloca allo stesso tempo alla cima e al fondo della società.
Quando Gesù parla del Buon Pastore e del salariato, abbiamo sullo sfondo anche la realtà di due diversi tipi di greggi: le grandi greggi dei ricchi possidenti e le piccole greggi di famiglie normali. In un certo senso, il gregge di pecore era il supermercato dell’epoca. Una sola pecora poteva produrre circa 100 litri di latte all’anno, il quale in parte veniva trasformato in formaggio, forse un pecorino con un sapore galileo, yogurt; poi c’era la lana per i vestiti e la carne per le feste. Nella stagione calda, il gregge poteva muoversi in un raggio di 10-15 chilometri, durante il giorno. Un gregge poteva contare fino a cento pecore. I grandi proprietari terrieri impiegavano lavoratori salariati per pascere le loro greggi. Tipicamente, però, una famiglia ordinaria aveva il proprio piccolo gregge. Era molto diversa, allora, la relazione del pastore col gregge (e la sua prontezza a difenderlo), se la sopravvivenza quotidiana della famiglia dipendeva da esso, rispetto a un pastore salariato impiegato per aver cura di una delle tante greggi del ricco proprietario!
Gesù si identifica con entrambe le immagini, il gregge piccolo e quello grande. Egli è il pastore che cerca la singola pecora, che chiama per nome le poche pecore di una famiglia, ma vede anche le grandi folle che sono come pecore senza pastore. Egli è il pastore che si porta un agnellino in braccio, e al contempo raccoglie le nazioni nel suo gregge.
Il fulcro delle parole di Gesù, però, è che Egli si dichiara il Buon Pastore promesso nelle Scritture, colui che viene dai cieli. Non dice semplicemente: “Io sono come un pastore”, un maestro gentile, innocuo e amorevole. Non dice di essere un pastore tra tanti maestri. Egli è il Buon Pastore. È l’unico vero Pastore. I profeti preannunciarono un tempo in cui Dio stesso sarebbe stato pastore. Isaia scrive: “Dite alle città di Giuda: Ecco il tuo Dio … Egli avrà cura del suo gregge come un pastore, raccoglierà gli agnellini nelle sue braccia” (Is 40,11). Gesù rivela il suo nome divino e dice: “Io sono” – il divino Pastore promesso.
Lungo tutto l’Antico Testamento, corre anche un ammonimento e un lamento contro i pastori falsi e cattivi. Ezechiele scrive: “I pastori hanno pasciuto se stessi, non hanno pasciuto le mie pecore” (Ez 34,8). Più e più volte, i pastori d’Israele hanno tradito il loro gregge. Persino il re-pastore Davide fu un cattivo pastore, quando prese per sé l’agnellino del pover’uomo (la moglie di Uria). Perciò, Dio promette di divenire Lui stesso il Buon Pastore. Ezechiele scrive: “Io stesso sarò il pastore delle mie pecore… metterò a loro guida un solo pastore” (34,23). Gesù dunque è il celeste Buon Pastore promesso, che dà nutrimento e riposo che arrivano fino all’eternità.
Questo è il grande sfondo biblico dell’insegnamento di Gesù, ma quant’è diverso alle nostre orecchie! La nostra concezione moderna di pastore è molto diversa. In Occidente, viviamo in un mondo con l’individuo al centro, un mondo guidato dal consumismo, un mondo di infinite possibilità digitali. L’uomo moderno dice: “Io ono la Buona Pecora. Io scelgo i miei sentieri. Io riposo in pascoli che mi intrattengono, bevo da fonti che mi interessano. Io sono la buona pecora. Non ascolto solo un pastore, ma molte voci diverse. E se mi piace, seguo quella che più mi aggrada, per un po’. Io sono la Buona Pecora. Non mi serve guida o protezione: mi serve la libertà di muovermi e di scegliere. E anche se manca quell’unico pastore esclusivo e assoluto, Gesù, ho ancora 99 pastori, influencer e canali da cui scegliere!”
Vi domando, congregazione di Christus Victor: come può il gregge del Buon Pastore essere raccolto in un tempo come questo? Come possono le pecore essere chiamate a un gregge quando, alle orecchie di molti, sembra restrittivo, persino oppressivo, parlare di seguire un solo pastore e appartenere a un solo gregge, una sola congregazione? Eppure, vediamo che sempre più giovani sono stanchi di essere le pecore onnipotenti per conto loro, pastori delle loro stesse vite, erranti da un luogo all’altro. E molti stanno cercando la voce del Buon Pastore, e un gregge in cui camminare al sicuro.
Gesù stesso risponde spiegando cosa significa vivere nel gregge del Buon Pastore. Anzitutto, il Buon Pastore dice: “Il buon pastore depone la sua vita per le pecore”. Ho sempre trovato difficile comprendere come mai Gesù critichi il salariato che scappa: “quando vede il lupo arrivare, lascia le pecore e scappa”. Che pensate? Sono codardi senza scrupoli? O forse stanno facendo la cosa giusta, scappano dal pericolo di morte? Comprendo che un pastore debba aver cura e difendere le pecore, ma quale proprietario di gregge darebbe la vita di un pastore salariato in cambio di cinque pecore? Quale padre lascerebbe suo figlio morire per degli animali? Un pastore non solo può fuggire davanti alla morte, deve! Non c’è animale, non c’è pecora che valga una vita umana.
Ora domando a voi: quanto più preziosa è la vita del Figlio di Dio, rispetto alla vita umana? C’è vita umana più preziosa di quella di Dio? Se sembra assurdo che una persona muoia per delle pecore, quanto più impensabile che Dio muoia per gli esseri umani, che il Creatore muoia per le sue creature! Eppure, il Padre celeste ti vede nella tua rovina mortale e dice a suo Figlio: “Sii il Buon Pastore. Lotta e muori per le mie pecore. Sii l’Agnello sacrificale il cui sangue porterà salvezza a questo mio figliolo”. Oh, amore incomprensibile! Oh, grazia che abbraccia tutti! Questo è il cuore del Padre celeste. Questa è la mente del Pastore: che né tu né alcun altro debba andar perduto. Per che tipo di pecore dà la sua vita? Per pecore errabonde, ingrate, autosufficienti. Eppure, le ama fino alla croce!
In questo tempo pasquale, proclamiamo in questa città, con gioia, a tutti: il Signore risorto è Christus Victor! Ma aggiungiamo: Christus victor quia victima, “vincitore poiché vittima”! Attraverso il suo sacrificio, Egli è il vincitore per me, per noi, per il mondo intero. Non puoi aggiungere e non puoi togliere nulla, perché il Buon Pastore ha compiuto tutto in dono per te.
In secondo luogo, il Buon Pastore dice: “Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono Me”. Il Buon Pastore conosce le sue pecore. La parola “conoscere” non significa meramente conoscere fatti, o comprendere concetti, nel senso greco. Nel suo senso ebraico, significa avere relazione e comunione quanto più intime possibile. Gesù rassomiglia questa conoscenza alla sua relazione con il Padre, con il quale Egli è una sola essenza.
Qualche settimana fa era il mio compleanno. Fui sorpreso (o forse infastidito) dal ricevere molte email di auguri da compagnie e organizzazioni con cui non avevo nessuna relazione personale. Avevano il mio nome e la mia data di nascita nel loro database, tutto qui. Che differenza con il momento in cui la mia famiglia mi aveva svegliato, quella mattina, con una canzone, un biglietto e degli abbracci! Una cosa è conoscere fatti; un’altra è essere conosciuto.
Miei cari, il cristianesimo include una profonda comprensione intellettuale, ed è importante studiarla e apprenderla. Ma appartenere al gregge del Buon Pastore significa qualcosa di più. La congregazione cristiana ha la confessione pubblica come fondamento, ma non si raccoglie solo intorno a idee o dottrine. Per questo non basta che la Chiesa si riunisca solo l’insegnamento online, o vada da un evento cristiano all’altro seguendo differenti predicatori. E la congregazione non si riunisce solo per leggere del Buon Pastore. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Me”. Cosa significa? Significa che il Buon Pastore non dà solo informazioni circa Se stesso: Egli dà Se stesso, a te.
Cos’altro significa venire a questo altare, se non che il Buon Pastore ti dica: “Ho deposto la mia vita per te. Ti conosco. Vedo la tua colpa. Conosco le tue ferite. Conosco i tuoi errori. Ascolto i tuoi sospiri. Perdono i tuoi peccati. Io non ti abbandonerò”. E cosa dite voi al Buon Pastore, presso questo altare? “Ti conosco, mio caro Salvatore. Ti sento chiamarmi con amore. Ricevo il tuo corpo e sangue per purificarmi, per darmi forza e gioia. Tu sei mio, e io sono tuo”.
Cosa significa questo conoscere? Significa che il Sommo Pastore, Gesù, vi dà dei sotto-pastori. Significa che i pastori Joshua e Lorenzo possono dirvi: “Io ti conosco. Ti ascolto. Conosco le tue domande e la tua angoscia. Cammino con te. Non ti abbandonerò. Ti assolvo dei tuoi peccati, prego con te, e ti guido ai verdi pascoli della sua Parola”. E voi dite al vostro pastore: “Io ti conosco. Tu sei il mio pastore. Gesù ti ha mandato a me. Cammina con me, guidami con la voce del Buon Pastore. Nutrimi con i tesori del cielo, e tieni lontani gli attacchi dei lupi con il vincastro della Parola”.
Significa anche che ci guardiamo a vicenda, in questa congregazione, e ci diciamo: “Io ti conosco. Tu non cammini da solo. Cammini nello stesso gregge, sotto la cura dello stesso pastore, sulla strada verso la stessa casa, costruendo la stessa congregazione, chiamando altri allo stesso pascolo”. Significa che conosciamo le debolezze gli uni degli altri, vediamo le mancanze gli uni degli altri, eppure abbiamo pazienza, preghiamo gli uni per gli altri, ci perdoniamo a vicenda, così come il Buon Pastore ha perdonato noi.
Il vescovo che mi ordinò una volta disse: la Chiesa ha due forze, il Vangelo e l’essere chiamati per nome. Gesù espresse la stessa idea: “Io do la mia vita per le pecore, e conosco le mie pecore e le chiamo per nome”. Questo è ciò che noi vogliamo dire, quando nella nostra chiesa diciamo come motto: “L’adorazione come vita, la congregazione come dimora, e la missione come stile di vita”.
Più di vent’anni fa, mia moglie ed io visitammo Roma per la prima volta. Andammo alle catacombe, i luoghi di sepoltura dei primi secoli, le Catacombe di Priscilla. Lì vidi una delle prime opere d’arte cristiana, un affresco di terzo secolo. Questo era un luogo che i pagani chiamavano “città dei morti”, una necropoli. Tutti coloro che giacevano lì erano stati abbandonati dalla fortuna, circa duemila anni fa. Il pastore salariato della vita era fuggito, al vedere avvicinarsi il lupo della morte.
Sapete che immagine vedemmo lì, nel profondo sottoterra, in quell’umida oscurità? Che simbolo era stato dipinto per generazioni future, per noi, e per questa congregazione a Roma? Il Buon Pastore con una pecora in spalla! Lì, dove la vita se n’era andata. Dove la carne aveva lasciato solo ossa secche. Dove nessuno conosce questi morti ignoti per nome. Lì, nelle parti più profonde della terra, nella tana del lupo della morte, trovammo il Buon Pastore. Il Buon Pastore, il Signore Gesù, non aveva abbandonato i suoi. Lui non era fuggito davanti alla morte, perché è il vincitore sulla morte. Conosce le sue pecore persino negli abissi della terra. Chiama ogni scheletro per nome. La sua voce un giorno risuonerà, nelle catacombe come anche nella tomba dove tu sarai deposto. Egli resusciterà loro, te, noi, ciascuno di noi. Cercherà ciascuno di noi, ci trasporterà sulle sue spalle agli eterni pascoli verdeggianti, e alle acque rinfrescanti.
Poiché il Buon Pastore dice a voi, e a noi, in questa celeste promessa: “Devo raccogliere anche loro, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”.
